Era soltanto inizio dicembre che ero seduta con Carlos al piano superiore del Climbing Center di Bristol a bere caffè “all’inglese” e a parlare di quanto mi sarebbe piaciuto imparare a salire (soprattutto) e scendere (anche..) con gli sci..
Alla fine di dicembre, rientrata in Italia, Daniele mi aveva noleggiato un paio di lunghi e pesanti sci arancioni e eravamo andati a Zeri per provare a salire con le pelli e.. cosa più esilarante.. a scendere. Non era andata malissimo.. poca fatica in salita, niente ossa rotte in discesa.. e in ogni caso mi piaceva tantissimo e avrei voluto riprovare.
Siamo tornati lì un po’ di volte e una volta al Cerreto.. dove avevo avuto un attacco di panico solo per scendere da un “poggio” di neve..
Dopo questi pochi exploit un giorno Cristof mi invita ad andare con loro sul Prado. Paurissima! Che faccio? Il Pradoo?! Un monte vero.. sono molto combattuta. Sul Prado ci sono già stata a piedi.. una volta.. ma c’era così tanta nebbia che ricordavo solo bianco..
Alla fine il Cristo mi convince e così conosco Uto, persona meravigliosa, e faccio la mia prima – vera- discesa fuoripista.
Passo una giornata splendida, nonostante il meteo sia contro di noi e la mia tecnica di discesa sia “alquanto discutibile”….. pochi giorni dopo ci riproviamo. Va decisamente meglio.. riusciamo a raggiungere la cima e a scendere con una discreta visibilità.. ho molta meno paura degli alberi e cado solo una volta.. con noi c’è anche Nike, personaggio splendido anche lui..

Autoscatto by Uto
Il tempo di tornare solo una volta a Zeri, su una sorta di pista ormai abbandonata per la fine della stagione e poi la folle proposta..
Io amo il ghiacciaio, non avrei mai potuto dire di no.
Daniele mi aveva oltretutto ingannato in vario modo. Dapprima dicendomi che avremmo fatto della salita (e io pensavo.. vabè.. almeno quella me la godo.. ) e poi dicendomi che in ogni caso la discesa non era affatto difficile perchè l’aveva affrontata la suocera di una zia alla sua prima esperienza con gli sci e un amico anche lui poco pratico.. (e alla fine si scoprì invece che eran tutti sciatori.. )
Partiamo per la Valle d’Aosta nel primo pomeriggio di mercoledì. Daniele ha un amico che ci presta la casa.. dobbiamo trovarla, ma abbiamo tempo. Salendo mi domando, come sempre, per quale motivo non ci siamo ancora trasferiti. Ogni monte enorme che vediamo ci sembra il Monte Bianco.. Sono preoccupata. Da due notti sogno crepacci e valanghe, catastrofi terribili, pendenze inaffrontabili..
Arriviamo infine ad Aosta e poi a Leverogne. Nel parcheggio chiediamo informazioni riguardo alla casa. L’anziano signore che stava seduto sulla panchina ci chiede chi cerchiamo.. il nome.. la cagnolina intanto abbaia come una pazza e il figlio ci chiede anche lui chi cerchiamo. Risolto l’inghippo ci chiede cosa siamo venuti a fare.. “La Vallée Blanche” gli risponde Daniele.. ci dice che non sa se il caso, adesso ha fatto tanta neve, c’è molto pericolo di valanghe e poi i crepacci.. fate attenzione..
Paese che vai uccello del malaugurio che trovi.. penso io.. e intanto mi ritorna in mente il vecchino che appena scesi dalla macchina a Viozene c’era corso incontro dicendoci “Tempestaa! Tempestaa! Erano anni che non vedevo la pressione scendere così velocemente!” Alla fine lui aveva avuto ragione.. Uddio.. 8000 pensieri..
Ci mettiamo circa due ore tra trovare la porta di casa e capire dietro quale delle altre porte erano nascosti i contatori.. Finito di sistemarci andiamo a Courmayeur e poi a La Palud, per vedere gli orari della funivia e per avere un’idea di quanto tempo ci mettiamo in macchina.
La mattina dopo alle 8 in punto siamo di nuovo lì. La prima funivia parte alle 8.30. Ci sono tre guide con i rispettivi clienti. Nessuno fa la Vallée Blanche. Cambiamo oggetto volante tre volte.. e ogni volta lo spazio si fa più stretto e intimo.. Daniele è preoccupato di non trovare la strada e ogni tanto prova a chiedere mezza informazione alle guide.
Arriviamo a Punta Helbronner in 20 minuti. Fa freddissimo. Usciamo sulla terrazza a fare le foto e a vedere com’è la situazione.. c’è un sacco di nebbia ma il versante francese sembra più soleggiato..
[all pictures are under Attribution-Noncommercial-Share Alike 2.0 Generic Creative Commons license. Photos by Alice Tambellini ]

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Entriamo nel “rifugio” per chiedere una crema solare e un’informazione.. Daniele chiede conferma sulla direzione.. il signore ci ricorda che siamo su un ghiacciaio e che è pericolosissssssimo.. nel caso uno arrivi fin lì senza rendersene conto.. magari.. chilosà..
Usciamo finalmente sulla neve attraversando una passerella al termine della quale un cartello ci ricorda che “lo facciamo a nostro rischio e pericolo”.. forse avrebbero dovuto metterci il teschietto..
Daniele vede in basso una delle guide e scende di corsa a chiedere conferma.. fa freddo, c’è un vento micidiale, lo scarpone mi si aggancia storto 5 volte e l’altro non mi si aggancia nemmeno, nel frattempo sprofonfo mezzo metro nella neve e mi si sgancia un pezzo di un bastoncino.. alla fine parto tutta traballante, con il vento che mi spinge in tutt’altra direzione.. e lo raggiungo. Dobbiamo spingerci fino sul colle.. il freddo passa subito, il vento si calma e arriva anche il sole.

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Ci siamo, partiamo. C’è almeno un metro di neve fresca portata dal vento, forse anche di più e scendere è assai complesso.. oltretutto chi cade è perduto perchè rialzarsi non è comodissimo in tutta quella morbidezza.. in fondo al Col Flambeaux Daniele mi rassicura, “il peggio è passato” e io gli credo finchè non arriviamo alla seraccata malefica più in basso.

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In effetti la neve migliora e intanto ci si apre davanti uno spettacolo mozzafiato.. Daniele è elettrizzato!
E intanto ci rendiamo conto, ancora una volta, di come in questi ambienti le dimensioni e le distanze si perdano..
A un certo punto, colta dalla stanchezza guardo l’altimetro. Abbiamo sceso solo 600 metri. Non ci posso credere..

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Continuiamo la discesa per un lunghissimo traverso.. fino a giungere.. appunto.. a Les seracs du Geant.. I seracchi del gigante.. Nel punto più ostico e per me più tragico incontriamo anche gli alpini! ..oltre ad altre 94 persone che scendono in quel momento.. il posto è grande ma “il facile” è piccolo e io sono disperata.. e stanchissima.. e cado, mille volte.

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Arrivo sfinita fuori da tutto quel casino. Quasi non posso credere di esserne fuori..
Fortunatamente ci aspetta solo un’immensa, calma e quasi piatta discesa a Montanvert, tra “onde” e pozzi d’acqua blù..
e alla fine tutta la fatica, tutti i timori e tutte le cadute si perdono in un immenso calmo mare di ghiaccio, e resta la gioia, incontenibile, di avercela fatta! ..grazie Dani

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